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Shakespeare

Shakespeare. IL TEATRO COME SCENA DEL “FilosoFARE”

Le ragioni teoretiche di questo laboratorio sono rintracciabili nella cronaca di The Merchant of Venice dei Propeller — l’epifania di una ipotesi il cui titolo è quello di ‘Shakespeare filosofo pratico’. Per verificarla, ecco pensato un ciclo di sei incontri dedicati all’esplorazione del pensiero attivo in alcune opere di William Shakespeare e alla sua praticabilità nella vita quotidiana.

L’uomo di Stratford — un’ideale che può tranquillamente convivere con quello di un alter aristocratico, era attore prima che drammaturgo, e uomo prima ancora che attore. E il suo ’scuotere-la-scena’ non era altro che una comunicazione fra pari nel microcosmo di Southbank dalle tavole del GLobe — artigiani, ladri, puttane, gentlemen in visita dall’altra parte del fiume. Una esperienza viva di ‘odore’ umano.

I 6 incontri saranno suddivisi in 3 momenti per 2 date ciascuno allo scopo di attraversare almeno 3 opere del canone pur interloquendo anche con altre. Ed eventualmente continuare nel tempo fino a costituire una ‘comunità’ di studio/azione del pensiero vivente nei personaggi e nei plot del ‘pensiero shakespeariano’. Immaginando altresì momenti di visione a teatro.

Inizieremo con esercitazioni di “pratica scettica” come quelle compiute da Amleto, il giovane-non-più-tanto-giovane che prima di essere il principe di Danimarca è un individuo solo alla ricerca di sé. «Essere o non essere Amleto» è il vero questionamento, allo scopo di apprendere come agire orientati da un (cartesiano) dubbio metodico e creativo, il quale, allorché agito, trasforma in “attori” di sé.

Seguiranno ‘attraversamenti’ (spinoziani) di quello che è stato definito lo “spazio verde” — quel luogo fra la veglia e il sogno che nella lingua del contemporaneo si chiama immaginario e richiede una strumentazione particolare per non perdersi al suo interno. Sentieri intrapresi non solo dai personaggi del Sogno ma anche dai viandanti di Arden. Un luogo fra l’ombra e la luce: amore sognato e anello nuziale, prodigio e illusione. Un mondo interiore da ‘sperimentare’ per poterlo orientare secondo non adolescenziali criteri di ragionevolezza.

In conclusione la scoperta dell’inganno, non solo con il più malvagio di tutti i cattivi, Riccardo III, — le seduzioni di un anima deforme, e le ‘resistibili tentazioni’ di una mente criminale assoluta, ma anche l’incontro e il confronto con i molti altri villain che si nascondono (letteralmente) nelle pieghe dei vari folii: dai più popolari alla Petruchio, ai più sublimi alla Edmund.

Ciascun incontro è suddiviso in 3 parti: lettura, discussione, azione. Nel corso della settimana fra i 2 incontri riservati a ciascun ‘capitolo’ sarà necessario redarre un ‘diario in forma di dialogo’ con il/i personaggi. La dimensione della lettura sarà orientata allo scopo di far emergere i temi portanti da un punto di vista filosofico. La ‘drammaturgia’ nascerà dalla postura biografica nella quale i partecipanti si saranno disposti nell’ascoltare: una risonanza interiore per accogliere memorie, immagini, pensieri.

La discussione darà modo di verbalizzare questo ‘raccolto’ e farlo voce alla presenza dell’altro che sempre è trasformativa. Entrando progressivamente nella ‘pratica dialogica’ il raccolto interiore potrà farsi parola condivisa e, nella contaminazione con la parola altrui, iniziare a produrre una ‘drammaturgia interiore’ nata in Shakespeare ma che non è più Shakespeare. E’ qui e ora pur essendo ancora là e allora.

L’azione da parte sua è momento di formidabile trasformazione poiché porta la voce nel corpo e il corpo nel mondo. Per chi è attore — una esercitazione ulteriore alla scuola infinita della ‘vita di teatro’. Per chi attore non è — un mantello ‘invisibile’ da indossare nei giorni del ‘fare’ realizzato nel tempo del filoso-fare alla scuola del teatro.

 

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