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Herlitzk_amleto

20/11/2010

di Paola Teresa Grassi

Non suono il flauto non mi specchio il viso,
non leggo il testo non tiro di spada,
non tocco il cranio non muoio neppure,
non ho trent’anni e non faccio l’Amleto.

«C’era una volta un grande attore»: così esordisce Franco Quadri nella sua presentazione su TuttoMilano del 4 novembre. E, aggiungeremmo, giacché la favola non è finita, adesso ancora c’è. È quel tipo di attore, prosegue l’intenso trafiletto, che sa maneggiare con sapienza i classici, ma che non teme il confronto con «il rinnovamento dei molti modi di far teatro». E, bisogna dirlo, di fare cinema.
Forse più di qualcuno lo ricorderà nella commovente e risoluta interpretazione di Aldo Moro in Buongiorno, notte di Marco Bellocchio: parliamo di Roberto Herlitzka, che è tornato a Milano con il “tutto suo” Ex Amleto, quel cameo di esperienza e sperimentazione che dal 1998 circola nelle sale italiane, di cui sigla anche la scrittura e la regia. Ospite delle tre repliche milanesi, il Teatro i, che venerdì 12 aveva l’aria di un salotto buono che non teme di occhieggiare all’underground.
Per l’occasione presentato come evocativo di uno dei temi di questa tragedia, la solitudine, nell’attendere ai 70 minuti di monologo, in verità, si ha modo di esplorare molti altri concetti e sentimenti: il tempo da aggiustare, per dirne una, o l’orribile accidentalità della morte, esemplificata da quella di Ofelia, la cui folle saggezza, qui arriva solo dopo il ragionamento con il teschio di Yorick e riguarda il belletto sul volto di una donna già morta.
La ristrutturazione drammaturgica cui Herlitzka-Amleto sottopone il copione shakespeariano allinea frammenti più o meno celebri, e li ricompone adattandoli alle esigenze di «un attore che ha passato il tempo di dover fingere d’essere Amleto»: un ex-Amleto, appunto, liberato dalla tensione del tragediare e libero di giocare sul registro dell’ironia, nei confronti di se stesso, e del proprio esile, ma venerabile corpo.
Le mani di Herlitzka sono attori che recitano tra quinte sensibili abitate da parole temibili quanto possenti: allorché glossano, ritrovandole nelle pieghe del ricordo, le battute del principe, o diventano autonome: quando incidono su se stesse il giuramento di vendetta, o, ancora, nel momento più intimamente rapsodiante, quando mettono in scena la trappola per topi.
È questo il simbolo di una senilità sapiente, divertita e mai buffonesca, che cattura l’attenzione dello spettatore, anche il più inatteso ed “emozionante”: come nel caso, lo scorso venerdì, di Roberto Benigni che, seduto in terza fila, apre il volto di autentica meraviglia nel riascoltare l’antico con occhi fanciulleschi.

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