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Il miracolo degli elfi in una notte di mezz’inverno

06/11/2010

di Paola Teresa Grassi

Affection, thy intention stabs the centre.
Thou dost make possible things not so held

Non è occasione di tutti i giorni assistere a una rappresentazione de Il Racconto d’inverno, gratitudine immensa, dunque, verso Elio De Capitani e Ferdinando Bruni che siglano con questa messinscena un esordio di stagione da ricordare: fino al 14 novembre, nella bella sala Shakespeare del nuovissimo Teatro Elfo-Puccini, l’allestimento di una delle ultime opere del genio di Stratford.
Le scelte scenografiche e costumistiche, i selezionati fondali, quasi delle note d’arte, e finanche il testo, sono firmate dai due attori-registi che si alternano nella gestione del ritmo scenico, come ad incarnare quella battuta del primo atto in cui Leonte, immediatamente prima di uscire di senno, propone a Polissine di “dividersi il tempo”. E sono davvero due spettacoli in uno: due menti e due sogni.
La «favola d’inverno» – che viene pensata per occhi aristocratici alla corte di re Giacomo, è premonizione del Seicento, uno stratagemma drammaturgico che anticipa le iperboliche meditazioni cartesiane e finisce col dimostrare che la vera natura dell’uomo è quella di essere immaginante. La gelosia delirevole che apre al Sicilia le cupe tonalità dell’incubo, e la sua repentina guarigione, raccontano l’ostinato potere della mente umana di conoscere se stessa e di riconoscersi fallibile nel suo essere sognante.
Ecco dunque la progressiva trasformazione di Leonte-Bruni in un commento amletico al moro di Venezia, accompagnato nei territori di una transitoria follia da quel modernissimo anti-Iago che è la granitica Paolina-Crippa. Icona di tenacia e determinazione, il cui destino e il cui parlare sembrano essere dedicati a tutte le donne, qui e ora, ella non teme di rispondere alla minaccia delle fiamme affermando che «eretico è chi innalza il rogo, non chi viene bruciato».
E mentre alla vuota corte del tiranno i due procedono lungo la neanche tanto difficile, ma per lo più fastidiosa esplorazione di una mente alla ricerca di se stessa, l’altro sogno prende vita su una spiaggia di una improbabile Boemia lambita dal mare, attraverso un viaggio nel Tempo che compare in scena addirittura come personaggio.
Cambiano i toni delle luci e insieme le tonalità dei suoni, in una esplosione di altrettanto improbabili dialetti: straordinari i contributi di una decana della compagnia, la Trattora-Agustoni e di un più recente acquisto che corrisponde allo Zotico-Petranca, così come il surreale intermezzo in cucina che allunga un po’ i tempi ancorché piacevolmente. E con i mille colori di una festa nuziale cresce la magia di una Tempesta non cannibalica, che culmina con una delle più radicali sorprese di Shakespeare.

 

© Luca Piva 2010

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