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L’incubo della democrazia

22/04/2010

di Paola Teresa Grassi

Non è stato facile, lo scorso giovedì 15, orientarsi fra i design district che Milano s’inventa nel mese di Aprile, e neanche riconoscersi fra simili nell’indecifrabile folla di design addicted, ma siamo comunque riusciti a trovare la strada verso il teatro e la sua gente. La nostra meta, Bruto, una coproduzione Residenza Idra e Teatro Inverso, di e con i bravi Alessandro Mor e Alessandro Quattro, in scena al Teatro i. Oasi metropolitana, a cinque minuti da quel delirio “internazional-popolare” che è Porta Genova in epoca di Fuori Salone, piazza Gaudenzio Ferrari non sembrava neanche appartenere allo stesso quartiere, o alla stessa città.
L’elaborazione drammaturgica, essenziale e claustrofobicamente attuale, isola la figura del tirannicida in un vivace “obitorio della memoria” che lo trasforma da stoico temperamentoso, quasi ciceroniano, in scettico fuori controllo. Il copione shakespeariano indica una diversa connotazione, ma l’insicuro di questo adattamento crea una persona nuova che funziona. Sicuramente per le intenzioni del nuovo testo, che sembrano essere quelle di domandare e insieme dire, non senza spaventare. Sul freddo tavolo autoptico, ricoperto da un lenzuolo bianco, morto, Bruto riacquista la parola e rivive, sudando nel calore che viene dalla lampada della sua coscienza, l’assassinio di Cesare; ne interroga il senso, ne ricerca le ragioni ragionevoli tra libertà e schiavitù, ma l’ostinato pensiero continua a muoversi fra liceità della violenza e tutela del bene comune. Il dubitare non è, all’indomani dell’azione, che un fraseggio interiore. Il caldo è tale, nel tentativo di mettere in ordine i pezzi, da doversi spogliare, isolare ogni frammento per convincersi di avere bene agito, ma ormai è tardi. Questo parlare privato è soffocante quanto poco convincente, e definisce la propria sorte allorché diviene pubblica orazione, nella luce abbagliante di flash sempre più insistenti. «Antonio non ha avuto nessuna parte nella morte di Cesare, ma trarrà anche lui beneficio dalla sua scomparsa, come ciascuno di voi: un posto nella repubblica».
Il destino di Roma è ormai nelle mani di un nuovo Sole che sta sorgendo, infuocato, oltre il drappo dell’utopia democratica.

 

 

One comment

  1. Foucault ha giustamente affermato che non tutto pu… Mostra tuttoò essere detto in ogni momento. Siamo irretiti, anzi siamo fatti di ciò che SI dice in una determinata epoca. Io aggiungo che lo stesso sentire si conforma sullo sfondo di un orizzonte storico/ culturale: sento come Si vuole e ciò che Si vuole che senta. La Storia ormai è un’immensa latrina ed ognuno si sente il diritto di pisciarci.Basta tendere l’udito, scivolando fra i corpi pressati e pressanti dei locali e sui treni sudici per assistere al martirio della Storia. E’ un po’ come le bestie per la scienza, il loro silenzio, la loro radicale alterità, ci è insopportabile. La Storia, in qualche modo, deve essere strappata a se stessa e portata quì, al presente, perchè ha da dirci quello che vogliamo sentirci dire e sopratutto che ci assolva per la nostra uscita dalla Storia, per la nostra caduta nel banale, nell’insignificanza. Battiamo tutti le mani , in preda all’estasi, quando si parla di attualizzazione dell Storia, ed una volta portata sul palco, pittata e agghindata, ci estasiamo per ciò che le facciamo fare.La Storia non insegna, semmai TORMENTA, impedendoci di dimenticare.Non abbiamo perciò bisogno di trasposizioni, presentificazioni, proiezioni la Storia è già presente, la Storia è viva, non impediamole però di parlare



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