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Le forme della seduzione. Shakespeare e Bruno

05/02/2010
Serata di racconti filosofici e musica
a cura di Paola Teresa Grassi
Sala degli Specchi
Villa Litta
Lainate
30 marzo ore 20.45

Una risonanza d’anime m’invita a prender parte alla Festa della Filosofia: né festival, né palcoscenico, ma “contemplazione festiva”, “momento rituale” entro cui sospendere le attività consuete per aprirsi alla riflessione. Le intenzioni di questa manifestazione si allineano a quella che mi piace chiamare “una stanza per il respiro”, quella “Festa del FilsoFare”, direi, che una volta al mese, di domenica, predispone ai giorni del fare. Eccomi dunque a presentare il mio contributo al tema aggregante, l’Eros. Una costellazione di senso che definisce il desiderio di conoscenza come “erotica” del sapere, ma che assume in sé anche le esperienze più concretamente emotive ed esistenziali che ci riguardano e, ancora, l’istinto di autoconservazione e di trasformazione che tutti ci coinvolge come individui tra altri individui. Scelgo il tema della seduzione perché intercetta l’attrazione, il desiderare, ma non vi si identifica, e contribuisce, nell’allontanarsi, a una migliore visione del concetto. Sedurre non è, come vuole un’erronea vulgata etimologica, il “condurre a sé”, ma, all’opposto, il “condurre in disparte”. Il termine “seduzione”, infatti, deriva dal latino seducere che significa separare, dividere, allontanare da sé. Il seduttore in latino è corruptor, corruttore, colui che “guasta”, colui che porta in una direzione divergente rispetto a quella del sedotto e lo separa dal suo ambito, da ciò che v’era prima del “rapimento”. La fascinazione rende la persona sedotta diversa e distinta dal gruppo sociale cui appartiene, alienandola agli affetti che in precedenza aveva stabilito: essa è “presa”, per l’appunto rapita. Il suo universo relazionale viene messo in disparte, dimenticato, addirittura misconosciuto.
Con la mia presentazione non intendo demonizzare la seduzione, ma attraversarne i sentieri, comprendere come fare a non perdersi e, proprio al contrario, come familiarizzare con un territorio che è potenzialmente luogo di appropriazione di sé. E, se è vero com’è vero, che predisporsi all’ascolto dei passati pensatori prepara il terreno su cui edificare futuri pensieri, ci farà comodo seguire le indicazioni di programma. Con gli «Gli eroici furori» di Giordano Bruno presentati da Giulio Giorello entriamo nel discorso sull’Eros in età moderna e ci predisponiamo all’ascolto di un’epoca che pensa il desiderio come ricerca della verità alla luce della ragione. Una «ricerca travagliosa», come la definisce il frate di Nola, il quale sa bene che – come insegna il mito di Diana e di Atteone –, la verità va letteralmente «afferrata», con un gesto che costa studio e fatica. L’«eroico» furore non è quello bestiale, inconsapevole ed «asinino» che assale il mondo di dentro, quanto piuttosto un «impeto razionale», il consapevole riconoscersi come creatura limitata. Così è il «furioso» che, riconoscendo i propri limiti, si dà il compito di superarli e, con le sue sole forze, intraprende la difficile via del rinnovamento di quello che il Nolano chiama «cielo interiore». È un “vizio”, nel senso di un’insufficienza conoscitiva, ad aprire la via a una visione autentica della realtà, ma proprio perché “travaglioso” l’eroico furore può consentire di afferrare la realtà – l’ignuda Diana. Solo da una condotta “viziata”, limitata, può germinare il rinnovamento, giacché se si affidasse a una qualche “virtù”, non conoscerebbe mai il limite.
Tuttavia, molto pochi sono gli Atteoni. Come fare a non farsi crescere una testa di cervo (o di asino)?

Chi ha visto il film su Giordano Bruno diretto da Giuliano Montaldo nel 1973, ricorderà forse la celebre scena di seduzione attraverso il respiro che coinvolge Gian Maria Volonté, nei panni del frate con forte accento napoletano e Charlotte Rampling, nei panni di una “ignuda madonna veneziana” che è molto più sedotta-Atteone che non seduttrice-Diana, allorché non è ancora in grado di reggere la vertigine di un desiderio capace di trascendere i limiti del corpo. Tanto che deve coprirsi e farsi il segno della croce.
La mia ipotesi è che, raccogliendo l’eredità bruniana, sia Shakespeare a illustrarci qualche transitoria risposta.
Poco importa se i due si siano conosciuti, se il Nolano abbia incontrato di persona Will «scuoti-scena». Magari i due si sono solo incrociati senza sapere l’uno dell’altro mentre attraversavano Londra, l’uno dirigendosi verso White Hall per attendere alla Cena delle Ceneri, l’altro rientrando al Rose dopo una serata in teatro o in taverna. Non lo sapremo mai, ma ci è concesso immaginarlo. Ciò che sappiamo è che il Bardo conobbe di certo le idee di quell’“omiciattolo italiano, mago e maestro di elaborata teologia”, tanto Italianate erano i circoli culturali elisabettiani negli anni in cui i due (forse) si mancarono per pochi mesi.
Sul tema della seduzione è senz’altro Pene d’amor perdute a illustrarci come Shakespeare divenga filosofo pratico esercitandosi alla filosofia bruniana. Berowne è una evidente storpiatura anglofona dell’italiano Bruno e gli “ero(t)ici” furori vengono messi alla prova in quella sorta di Accademia dell’Astinenza che il re di Navarra si inventa a corte per sé e per i suoi tre compagni. Prova fittizia, naturalmente, giacché sarà l’incontro reale e seducente, di una seduzione conveniente e trasformativa – quella con la principessa di Francia e le sue dame, a convertire i signori di Navarra ad un’autentica vita filosofica. Con il sacrificio, questo sì vero, di una lontananza riempita di guerra e di responsabilità. Solo così il desiderio si eternizza e diviene amore, un amore vero, che conviene poiché richiede studio e fatica. Non tuttavia l’artificioso sapere libresco, ma un sapere pratico che, oltre l’infatuazione, incontra un tipo di amore non romantico, ma produttivo e riproduttivo. Un amore che non allontana da sé, ma che serve per costruire il proprio sé nell’incontro con l’altro: incontro consapevolmente erotico, in senso bruniano, e quindi trasformativo.

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