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Very Shakespeare, forever Shakespeare

22/01/2010

di Paola Teresa Grassi

Tutte le volte che decido di andare al Teatro dell’Elfo, mi dimentico di ponderare la scelta tenendo conto di un fatto importante: che le poltrone di sala sono state concepite per infliggere una incomprensibilmente sadica tortura alla spina dorsale dello spettatore, specialmente quella di un mollusco come me. Ogni volta, tuttavia, resisto, anche se la fatica compromette l’attenzione, e con uno stoico esercizio riesco a concentrarmi. Le condizioni ambientali in cui si è consumata la “seconda” prima (nel senso che lo spettacolo ha debuttato nel 2009) di Romeo e Giulietta, andata in scena il 13 gennaio 2010, sono state messe a dura prova da un’ulteriore variabile, imprevista ancorché prevedibile: orde di teenagers completamente fuori controllo. Ma anche in questo caso è prevalso l’istinto di autoconservazione e sono riuscita a cogliere l’aspetto positivo di una presenza che mi ha fatto desiderare per i primi interminabili cinque minuti di scappare il più lontano possibile da via Ciro Menotti. Per quanto fastidiosi, i commenti della giovane spettatrice alle mie spalle si sono progressivamente trasformati in un’oltremodo pertinente glossa audio all’agito scenico. E mi ha definitivamente convinta a rimanere Ferdinando Bruni che, una fila avanti a me, elegantissimo e in un atteggiamento che definirei contemplativo, mi ha ricordato Shakespeare, nascosto in qualche angolo del Rose ad orchestrare in animo il destino degli Uomini dell’Ammiraglio e anche lui circondato da un pubblico non certo silenzioso. Così sono rimasta. E non riesco a non chiedermi se all’ormai ex-giovane sia piaciuto o meno quel vociare di adolescenti scalpitanti, divertiti da una storia che a distanza di secoli continua a riguardarli.
In una Verona a due dimensioni, dove l’esterno metropolitano lascia intravedere interni barocchi, il testo prende vita nelle mani di giovani talenti, eterogenei, ma capitanati da guide “anziane” e di imperituro mestiere. E’ talmente noto il tessuto drammaturgico, anche per chi lo conosca solo per averne visto una delle varianti cinematografiche, che con l’occasione si può decidere di concentrarsi sui dettagli. E’ quello che ho fatto io. E me ne rallegro, giacché conservo memoria di alcuni camei: come quello della Balia, interpretata da una sempre straordinaria Ida Marinelli che “diventa” veliero con un cappello a due falde direttamente manovrato dai muscoli del collo; o, ancora, come quello di Mercuzio, il più volgare nel quale mi sia mai capitato di imbattermi, ma autentico e decisamente inedito, nella versione di Edoardo Ribatto: ipnotico nell’evocare la regina Mab e straziante negli ultimi disperati sussulti di fronte alla morte, assurda ma tragicamente necessaria per il destino dei due giovani. E, ancora, Giulietta che, con Federica Castellini, governa il sensuale incontro sgattaiolando, letteralmente, dal balcone. E infine Romeo, interpretato da un attento Nicola Russo, nel cui volto non riesco a non riconoscere quello di Ferdinando, visto nei panni di Amleto nel 1993 al Teatro di Porta Romana. E così comincio a sospettare che vi sia una qualche risonanza biografica in questa messa in scena. Che forse sto assistendo ad un racconto di sé che il grande attore recita nei panni di regista e traduttore. Il testo del miniprogramma di sala stampato in formato CD mi aiuta a capire: «Mentre scrivo queste prime note e ripercorro ancora una volta il testo di Shakespeare, mi accorgo che uno dei motivi per cui la sua opera riesce a parlarci ogni volta come fosse la prima è una sua quasi magica capacità di muoversi insieme a noi attraverso le epoche della nostra vita, di sembrare ogni volta diversa, di raccontarci sempre qualcosa di nuovo. Così forse proprio perché ormai sono definitivamente lontano dalla giovinezza, (anche da quella grottesca giovinezza prolungata tipica dei nostri tempi) mi accorgo di provare una pena e una tenerezza mai provate fino ad ora con questa intensità».

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