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The Merchant of Venice

02/06/2009

di Paola Teresa Grassi

«Shakespeare era un populista, uno scrittore commerciale (…). Era un grande artigiano che scrisse storie brillanti che piacevano a ogni tipo di pubblico. Il che rimane vero anche oggi». Così Edward Hall, in un’intervista di sei anni fa, spiega le ragioni della sua devozione al canone shakespeariano, un lavoro registico iniziato a metà degli anni Novanta presso il Watermill Theatre di Newbury e che sembra essere ben lungi dal dirsi concluso. Inclinazione depositata nel suo codice genetico, e coltivata alla scuola di un illustre genitore, sir Peter Hall, il suo approccio a Shakespeare è talmente semplice da essere non solo coinvolgente, ma anche molto convincente. Il che spiega perché mi sia tanto entusiasmata per Il Mercante di Venezia, di recente transitato come una meteora dal Piccolo Teatro di Milano insieme al Sogno di una notte di mezza estate. Qualcuno, ho letto, afferma di quest’ultimo che un sogno così non ritornerà mai più, e poiché, avendo visto il primo, temo che ciò sia vero, ancora di più mi rammarico per essermelo perso. E’ una fortuna, tuttavia, che siano sempre in movimento, i Propeller, che con questo “ensemble-elica” fanno volare in alto la poetica del bardo, intercettandone le frequenze originali nel cuore del contemporaneo (il calendario delle loro prossime apparizioni è facilmente monitorabile). Con gli attori di questa compagnia-cooperativa, continua Hall, «impieghiamo le nostre moderne esperienze senza snaturare la fonte originaria». E, come in epoca elisabettiana, in scena ci sono solo uomini, «perché è così che i drammi di Shakespeare venivano scritti», per una compagnia di soli attori che definivano i loro personaggi direttamente sulla scena. «Le nostre produzioni, precisa il regista, nascono dalla fusione di estetica tradizionale e contemporanea», o, come diremmo noi, di ragioni popolari (nel senso dei grounds che Amleto ricerca e condivide con il suo pubblico, i groundlings), ed estetica contemporanea, la quale tuttavia non si impone mai per definire, ma viene piuttosto definita dal lavoro sul corpo, in particolare attraverso la voce. Il rigoroso approccio semantico sembra premettere una “fisica del moderno” da intendersi come pratica del corpo, la cui vita informa la poetica del testo. «Noi recitiamo i drammi nel modo in cui Shakespeare lo avrebbe fatto, con un richiamo populista e impiegando riferimenti culturali per noi comprensibili attualmente». Come si può leggere sul sito, la Company of Men si ispira ad alcuni media che coinvolgono direttamente l’immaginario dello spettatore: il lavoro sulla maschera, il cinema d’animazione, i film, classici e moderni, la musica di ogni epoca. Come quando Nerissa (che è già un lui, peraltro lombrosiano nei tratti e nel fisico, ma assolutamente donna in una guepière che sembra confezionata per un Rocky Horror Picture Show pensato nella chiave di un “teatro povero”) entra in scena trasvestito da notaio ed è travolgente per la somiglianza con il contabile degli Intoccabili. Ed eccomi al motivo per cui mi è tanto piaciuto incontrare l’esperienza dei Propeller. Edward Hall mi conferma un’intuizione che da qualche tempo vado coltivando, cioé a dire l’ipotesi che non solo i drammi di Shakespeare diano di che pensare (che cos’è la pietà?, per esempio, come in questo caso), ma che frequentare Shakespeare – in particolare dalle tavole del palcoscenico, e non solo attraverso la lettura, è qualcosa di molto simile ad un esercizio di pratica filosofica. Il che non è ancora abbastanza: tale mi appare in primo luogo per un istinto autorale che è più di un’intenzione. Le storie shakespeariane sono storie per il popolo inventate da un uomo del popolo, un attore. E i suoi personaggi sono icone morali, di una morale che è un’etica nel più profondo significato di una trasformazione di sé: amare come Rosalinda, praticare lo stoico scetticismo di Amleto, combattere come Enrico V, sono gesti dell’anima che si insediano nella memoria dello spettatore come modelli cui tendere e che, nel tentativo di essere riprodotti fuori scena, creano il nostro modo di essere nel mondo. Si potrebbe obiettare che questo vale per ogni opera teatrale, se non fosse che il genio di Shakespeare è giunto a un questionamento radicale sulle cose del mondo, cogliendo la vera natura di tutte le agitazioni dello spirito che nel Seicento animeranno il “teatro delle passioni” di Descartes e di Spinoza. In anticipo di una generazione, Shakespeare è un profeta in senso spinoziano, trasduttore di conoscenza naturale per il tramite dell’immaginazione, i cui effetti e prodotti egli in quanto uomo, e in particolare uomo di teatro, è capace di restituire con un linguaggio comprensibile a ogni tipo di pubblico. Se i porta-parola veterotestamentari traducevano la vera natura delle cose in immagini ed eventi miracolosi, Shakespeare la mette in scena, rende pubblica la verità. Che cosa mi è piaciuto di questo Mercante? Tutto. L’ambientazione, un carcere di nome Venezia. Sì, forse è vero che la jailhouse da musical si rivela nel corso della rappresentazione come un utile stratagemma scenico, ma ripensando lo spettacolo, soprattutto la seconda parte (dopo un intervallo inopportuno), non smettono di risuonarmi nella mente quei molteplici bond che nel testo non fanno che ripetersi: non sono solo le obbligazioni, sono gli obblighi nel senso di legami. L’anello che Bassanio promette a Porzia di non perdere sembra ingigantito in una “gabbia di gabbie”, di cui alcune mobili; e che cambiano ad ogni scena a seconda del tipo di relazione, per dare notizia della tensione fra giustizia e benevolenza, il cui equilibrio cristico è condizione tragicamente difficile da raggiungere.

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